Perché ho scelto l’approccio terapeutico cognitivo comportamentale.

La psicoterapia, in poco più di un secolo di storia, ha visto il fiorire di numerosissimi approcci. A partire da Freud, cui siamo tutti grati per aver investigato aree fino ad allora inesplorate, che ha posto le basi della psicanalisi, per svilupparsi poi nel comportamentismo, nella psicodinamica, nella Gestalt, nell’analisi transazionale, ed in infinite altre.

Tra tutte ho scelto di specializzarmi nella psicoterapia cognitivo comportamentale. I motivi sono molteplici.

  • Anzitutto è una terapia evidence based.

Ovvero basata sull’evidenza scientifica. Le tecniche e i protocolli di intervento sono analizzati secondo il metodo scientifico con studi, campioni statistici di riferimento e analisi dei dati. I risultati sono testati e validati e solo successivamente i protocolli di cura vengono accettati. Io cerco di avere l’approccio più scientifico possibile, e quello cognitivo comportamentale ha sempre fatto della scientificità un punto di forza.

  • Un secondo motivo è che si basa su un grande potere attribuito all’individuo.

È certamente importante analizzare la storia di vita di una persona e comprendere che cosa l’abbia portata alla situazione in cui si trova oggi. Questo, durante la terapia, è un primo passo che viene sempre eseguito con attenzione. Ma è altrettanto importante analizzare il presente e comprendere come l’attuale atteggiamento, il modo di pensare, le credenze di base, siano la vera chiave per mantenere o modificare lo stato di sofferenza.

Albert Ellis, psicoterapeuta statunitense, uno dei fondatori, negli anni ’50, di questa terapia, diceva:

I migliori anni della tua vita sono quelli nei quali tu decidi che i tuoi problemi hanno a che vedere con te. Non accusi tua madre, la società o il presidente. Ti rendi conto che puoi controllare il tuo destino.”

Trovo questa frase straordinaria. Ovviamente non è da intendersi come auto colpevolizzazione, idea lontanissima da Ellis, e, nel mio piccolo, anche da me. L’accento è posto sul fatto che ognuno, in ogni momento, può decidere di cambiare la propria vita.

Assumersi la responsabilità, dà potere alla persona! E certamente le persone hanno molto più potere di quanto pensino. A volte possiamo cambiare le cose fuori da noi, ambiente, lavoro, relazioni, a volte questo non è fattibile, ma certamente possiamo cambiare il modo in cui le viviamo.

  • Questo ci riporta al terzo motivo per cui ho scelto questo approccio. La sua immediatezza di comprensione. Ci si basa sul fatto che le situazioni che viviamo, di per sé, non sono in grado né di renderci felici né di farci soffrire. Ciò che fa la differenza è come reagiamo ad esse, ciò che ne pensiamo e, di conseguenza le emozioni che proviamo e i comportamenti che assumiamo.

Diceva Epitteto, filosofo greco del primo secolo d.C.,

Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti.”

Questo pensiero è alla base della nostra terapia.

Riconoscerete un cognitivo comportamentale perché prima o poi vi presenterà questo schemino ☺

A B C
Sta per “antecedente”, ovvero la situazione di partenza Sta per l’inglese “beliefs – credenze, pensieri”, cioè quello che penso di quella situazione Sta per conseguenze. Di tipo emotivo e/o comportamentale. Cioè come reagisco a questo pensiero.

È affascinante pensare che partendo dall’analisi di queste tre istanze, possiamo capire tantissime cose sul nostro mondo interiore. L’obiettivo è comprendere quali pensieri siano funzionali e quali no ai nostri scopi di vita; i primi vanno potenziati, i secondi entrano in un percorso di cambiamento.

  • Altro elemento a favore è che si tratta di una terapia in media piuttosto breve rispetto ad altre.

Questo perché tende a porre degli obiettivi chiari e a seguire dei protocolli già ampiamente sperimentati e che portano a dei buoni risultati in tempi ragionevoli. Ovviamente dipende molto dal tipo di problematica che si affronta. Consapevole dell’impegno e delle energie (anche economiche) che richiede l’entrare in terapia, questo fattore non è certo trascurabile per un paziente. Inoltre in questo modo si garantisce a più persone di poter usufruire di tale aiuto.

  • Infine si tratta di un metodo che, dal punto di vista del paziente, è piuttosto pratico.

Una volta che le ragioni che portano alla sofferenza sono state analizzate e condivise e il metodo compreso, diventa pian piano sempre più agevole per il paziente utilizzare l’ABC o le varie tecniche. Lo scopo finale è di renderlo il più possibile autonomo e in grado di gestire da solo le proprie necessità. Il termine della terapia avviene proprio quando il paziente ha ripreso il timone della propria vita. E anche questo concetto dell’autonomia è un tema a me molto caro.

Per tutte queste ragioni io ho pensato che questo approccio fosse il più adatto a me e al mio modo di pensare e gestire le situazioni. Con questo non intendo certo dire che gli altri approcci non siano validi. Non amo le contrapposizioni. Al contrario, più volte mi capita di collaborare con psicologi di altri approcci e sempre ne esce un arricchimento reciproco. Spesso capita di attingere a teorie o tecniche di stampo dinamico o sistemico o della Gestalt o altro. Non stiamo parlando di un atteggiamento fideistico, ma strumentale. Non è importante quello che dicono “i nostri” ma quello che funziona!

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